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Buy the dips: le balene rimpolpano i wallet

21 Dicembre 2018 14:06
Tempo di lettura: 6 min.
21 Dicembre 2018 14:06
Giuseppe Brogna

Buy the dips

Buy the dips è una strategia di trading in base alla quale si piazzano ordini in acquisto a seguito di significativi ribassi di prezzo.

Lo scopo del buying the dips è quello di sfruttare il ribasso per incrementare le posizioni. Si acquisiscono maggiori quantità di un asset che ora è a prezzi scontati.

Il buying the dips serve anche a poter sfruttare un rapporto rischio/rendimento favorevole.

In seguito a una significativa discesa dei prezzi, a fronte di un rischio minore, si può beneficiare di un potenziale rendimento elevato, in caso di swing al rialzo del prezzo.

È quello che sta accadendo in questo periodo sul mercato delle criptovalute. Prendiamo, ad esempio, in considerazione ether nel suo pair di trading con il dollaro (USD).

Il 7 dicembre 2018 ether ha stampato un nuovo minimo dell’anno a 83 dollari.

Insieme alla valutazione di altri fattori, a fronte di un rischio ridottissimo (determinato dal posizionamento dello stop loss), chi ha comprato in prossimità del minimo ora sta beneficiando di un rendimento che si aggira intorno al 40% (al momento della scrittura).

Il concetto del buying the dips è ovviamente basato sulla teoria della fluttuazione del mercato. Quello delle criptovalute non sembra fare eccezione.

Quante volte si sente dire di non comprare sui massimi? Meglio entrare sugli eccessi al ribasso, quantomeno per portare dalla propria parte le probabilità di successo di un trade che punta al rialzo.

Ma è bene precisare che comprare sugli affondi non vuol dire fare la cosa più giusta. Si sa, meglio non provare ad afferrare un coltello che cade. Quando la zampata dell’orso è violenta, un minimo può essere facilmente superato da un altro minimo decrescente.

Concetti in teoria semplici, vengono disapplicati all’atto pratico. Ci si mettono di mezzo le emozioni. È più facile essere indotti a comprare ai massimi (avidità), che dopo un – 95% nel prezzo (paura).

Tuttavia delle statistiche dimostrano che, malgrado il susseguirsi di mesi tristi per il mercato delle criptovalute, c’è chi sugli affondi ha provveduto ad incrementare le sue posizioni.

Autunno di accumuli su bitcoin

Secondo un report di Bloomberg, che cita i dati forniti da Chainanalysys, si è verificato un continuo afflusso di bitcoin verso indirizzi di wallet “personali”, non solo di exchange.

Chainanalysys ha rivelato che, prima del crollo di novembre, era in crescita la media mobile a 30 giorni dei flussi verso i wallet personali. La media aveva superato i 400 milioni di dollari entro il 1 novembre, da meno di 300 milioni di giugno.

Kim Grauer, economista presso l’azienda di analisi dei dati su blockchain, ha spiegato come le statistiche suggeriscono che gli investitori hanno cercato di accumulare bitcoin a prezzi inferiori, in linea con il generale sentiment della community che attendeva un rialzo.

Invero, l’aumento sì è risolto in un rimbalzo parziale. I flussi avevano rallentato durante i primi mesi dell’anno, dai circa 900 milioni di gennaio, considerando che il prezzo di bitcoin è collassato.

In ogni caso, la visione rialzista non è andata a buon fine, poiché bitcoin è crollato del 38% a novembre. Il ricercatore non ha ancora analizzato i dati per questo mese.

Scorta di ether per le balene

Il prezzo di ether è diminuito fino a circa il 94% dal suo massimo storico di gennaio 2018.

È una percentuale smisurata, che in un mercato diverso da quello relativamente illiquido delle criptovalute avrebbe decretato il fallimento del progetto/azienda.

Negli ultimi mesi e settimane, si è sempre più spesso sentito parlare di fallimento del modello ICO e conseguente morte di Ethereum, spesso additati come cause del forte sell off di cui siamo testimoni.

Tuttavia, un’ampia ricerca portata a termine da Diar, una delle principali unità di analisi dei dati in materia di criptovalute, rileva un andamento contrario rispetto a quelle che potrebbero rivelarsi credenze popolari.

Sulla base dei dati forniti da TokenAnalyst, Diar ha rivelato che a partire da gennaio 2018 la quantità di ether detenuti dai primi 500 wallet di Ethereum è aumentata dell’80%.

Per mettere in prospettiva questa dato di crescita, al 1 gennaio le balene detenevano 11 milioni di ether sotto mano. Al 30 novembre, lo stesso gruppo di indirizzi detiene 20 milioni.

Diar ha osservato che, presumibilmente, le balene hanno rimpolpato i loro wallet Ethereum anche a causa di un risveglio nell’azione di regolamentazione sostenuta dalla SEC nei confronti di alcune tipologie di token.

A ciò si aggiunga un cambiamento nel sentiment riguardante i progetti finanziati dalle ICO, complici le pessime performance dell’anno in corso.

In ottica di regolamentazione, l’agenzia governativa americana ha recentemente irrogato sanzioni ad alcune ICO. Inoltre, ha anche multato il fondatore di EtherDelta per aver diretto una piattaforma di security senza la dovuta licenza.

Le azioni sanzionatorie hanno instillato la paura nel cuore dei detentori di altcoin. Hanno catalizzato la morte di una moltitudine di token a bassa capitalizzazione, con i trader che si sono precipitati a venderli per ether.

A prescindere dall’esatto motivo alla base di questi accumuli, Diar ha chiuso il suo report notando che il valore in valuta fiat degli ether detenuti dalle balene è diminuito di circa il 90%. Ma la crescita del balance netto di ether del Q4 (con ancora un mese mancante) è del 270% rispetto al Q3.

È decisamente un segnale rialzista agli occhi degli ottimisti.

La quantità di ether tenuti nei wallet delle balene equivale a circa il 20% di tutta la supply circolante, nonché a oltre 2 miliardi di dollari

Questi dati potrebbero indicare che le balene scommettono fortemente su un’inversione di mercato.

Una rondine non fa primavera

Meglio andarci cauti con gli entusiasmi.

Il rialzo partito qualche giorno fa non equivale (almeno non ancora) a segno di inversione del trend di lungo termine. È sicuramente una reazione fisiologica, frutto di oltre un mese di eccessivo ribasso.

Maggiore è la lunghezza del trend che si osserva, più “macchinoso” è il suo processo di inversione.

La discesa di bitcoin a partire da suoi massimi storici ha quasi eguagliato, per durata ed entità, quello che fino ad ora è stato il più forte trend ribassista della sua storia.

Nel dicembre 2013, bitcoin mise a segno l’allora massimo storico di 1175 dollari. Da quel momento partì un lungo mercato ribassista della durata di 58 settimane (fino a gennaio 2014). La flessione del prezzo fu di oltre l’85%.

La circostanza che i numeri di quest’anno siano prossimi a quelli del 2013-2014, è certamente segno della maturità di un mercato ribassista che prima o poi troverà il suo punto di arrivo.

Ciononostante, non dovrà sorprendere l’eventuale manifestazione di un ribasso più lungo e violento di quello del precedente grande mercato orso.

La storia di mercato di bitcoin ha oramai quasi dieci anni. Dei movimenti di più ampio termine potrebbero esercitare una forte pressione, influenzando l’andamento dei prezzi al di là delle aspettative.

Altri fattori da valutare saranno anche la situazione dei mercati riguardanti le altre asset class e l’impatto di un eventuale approdo massiccio di capitali appartenenti a investitori istituzionali.

Se la reazione di questi giorni è solo un rimbalzo, oppure il principio di un nuovo mercato rialzista di lungo termine, lo scopriremo solo nelle prossime settimane e mesi.

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Giuseppe Brogna

Giuseppe è laureato in giurisprudenza, da sempre appassionato di tecnologia e studioso di tematiche economiche. Stimolato dal potenziale impatto economico e sociale, si approccia al mondo delle DLT; matura particolari interessi nella nuova finanza hitech legata alle tecnologie del ledger distribuito.


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