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Compri un token in ICO per accedere a un servizio? Ti tasso al 26%!

04 ottobre 2018 15:06
Tempo di lettura: 4 min.
04 ottobre 2018 15:06
Giuseppe Brogna

Attraverso una hai comprato – o hai intenzione di comprare – un token per pagare un servizio erogato dall’ente che lo ha emesso?

Rischi di generare un reddito diverso di natura finanziaria soggetto ad imposta sostitutiva con aliquota del 26%.

È l’ennesima, fumosa, interpretazione resa dall’Agenzia delle entrate in risposta a un interpello riguardante quesiti aventi ad oggetto il tema delle criptovalute.

Nel caso di specie (Risposta n.14 del 28 settembre 2018), l’amministrazione finanziaria si è pronunciata, tra le altre cose, con riguardo alla tassazione dei redditi realizzati dalle persone fisiche che detengono utility token.

Il ricorso allo strumento dell’interpello è sempre più frequente. In un territorio ancora spoglio di norme in grado di adattarsi alle peculiarità degli strumenti che lo contraddistinguono, spesso si cerca riparo in una “dritta” da parte del Fisco.

C’è chi preferisce una qualunque forma di interpretazione, anche illogica, in luogo del senso di totale disorientamento. Ma la risposta a un interpello non ha valore normativo.

Il parere espresso dall’Agenzia genera effetti esclusivamente nella sfera giuridica dell’istante, nel senso che gli uffici dell’Agenzia non possono emettere atti impositivi e/o sanzionatori difformi dal contenuto della risposta fornita in sede di interpello. Ovviamente, qualora i fatti accertati coincidano con quelli prospettati nell’istanza.

Fatta questa doverosa premessa, analizziamo la Risposta 14/2018. Riguarda il caso di una società che intende lanciare una ICO, per emettere un token da utilizzarsi come strumento di pagamento dei servizi successivamente offerti dalla stessa società.

È corretto tassare chi possiede un utility token?

La società vuole emettere un token rappresentativo del diritto a fruire dei servizi per la diagnosi dell’infertilità inspiegata, presso i laboratori di sua proprietà.

In altre parole, il possessore del token potrà accedere a tali servizi “restituendo” alla società il token comprato in ICO.

La società potrà rivendere il token sul mercato, in cambio di valuta a corso legale (Euro). Il possessore del token potrà anche cederlo a terzi, a fronte di corrispettivi in criptovaluta o  valuta a corso legale.

Il token emesso dalla società è quindi un “utility token”.

Generalmente si distingue tra token di pagamento, token di investimento (security token) e token di utilizzo (utility token).

È una classificazione formale, di carattere esemplificativo e non esaustivo. Spesso i token presentano elementi ibridi, rendendosi necessario procedere a un’analisi sostanziale delle loro caratteristiche.

  • Token di pagamento: i token di pagamento includono quelli accettati come mezzo di pagamento per l’acquisto di beni o servizi. Sono criptovalute che non conferiscono diritti nei confronti di un emittente. Inoltre, costituiscono semplicemente un mezzo di pagamento o di scambio non legato a servizi specifici dell’emittente (se c’è un emittente).
  • Token di utilizzo: i token di utilizzo conferiscono solo un diritto di accesso o utilizzo a un servizio o prodotto offerto dall’emittente.
  • Token di investimento: generalmente si tratta di token rappresentativi di valori patrimoniali, come un credito ai sensi del diritto delle obbligazioni nei confronti dell’emittente, oppure un diritto sociale ai sensi del diritto societario: obbligazioni, azioni, strumenti finanziari derivati ecc.

Nel caso esaminato nella risposta all’interpello, la società vuole emettere un token (utility). Quest’ultimo potrà essere utilizzato dal suo possessore per accedere al servizio per la diagnosi dell’infertilità inspiegata.

L’acquirente del token, di fatto, paga in anticipo il servizio, di cui potrà fruire successivamente restituendo il “gettone” al fornitore del servizio stesso.

Chi partecipa alla ICO, nel momento in cui consegue il possesso del token, si munisce di uno strumento di legittimazione per accedere a quel determinato servizio.

Il token conferisce il diritto di accesso a un servizio. Può essere utilizzato soltanto per tale scopo scopo. La funzione economica di investimento non sussiste, non rilevando alcun riferimento al mercato dei capitali.

Ciò malgrado, il Fisco pare abbia fatto voli pindarici nell’affermare che gli utility token:

“costituiscono rapporti da cui deriva il diritto di acquistare a termine (quando sarà disponibile) il prodotto o il servizio e, pertanto, sono suscettibili di generare un reddito diverso ai sensi dell’art.67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR.”

Trattandosi di redditi diversi di natura finanziaria, andrebbero quindi indicati nel quadro RT del Modello Redditi – Persone Fisiche e assoggettati ad imposta sostitutiva con aliquota del 26%.

Ma, come già evidenziato, nel caso di specie, non rileva una funzione economica di investimento.

Al contrario, emerge un’esigenza di consumo, con espressa esclusione di finalità di natura monetaria, speculativa e partecipativa. L’intenzione è quella di pagare oggi e usufruire domani di un servizio.

Tale inquadramento stride con la riconduzione da parte del Fisco ai redditi di natura finanziaria che vengono realizzati, ad esempio, mediante la cessione a termine di strumenti finanziari, valute, metalli preziosi e merci.

Chi è meno giovane ricorderà i gettoni telefonici utilizzati per il pagamento delle telefonate effettuate dai telefoni pubblici.

Il valore del gettone era di 30 lire nel 1959. Il valore successivamente aumentò a 45 lire (1964), e poi ancora a 50 lire (1972), 100 lire (1980) e 200 lire (1984).

Ma qualcuno ricorda di aver pagato le tasse per l’apprezzamento di quel gettone (token)?

DISCLAIMER: Le informazioni del presente articolo non costituiscono nella maniera più assoluta consigli fiscali. Hanno esclusivamente finalità di analisi critica in chiave giuridica. Per sapere come assolvere adeguatamente a eventuali obblighi fiscali, rivolgiti a un professionista esperto della materia.

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Tasse e fisco su Ethereum


Giuseppe Brogna

Giuseppe è laureato in giurisprudenza, ma da sempre appassionato di tecnologia e studioso di tematiche economiche. Stimolato dal potenziale impatto economico e sociale, si approccia al mondo delle DLT; matura particolari interessi nella nuova finanza hitech legata alle tecnologie del ledger distribuito.


  1. ha commentato:

    Beh…sarà un interpello…ma la risposta dell’ Agenzia delle entrate non mi ha chiarito nulla ..
    “costituiscono rapporti da cui deriva il diritto di acquistare a termine (quando sarà disponibile) il prodotto o il servizio e, pertanto, sono suscettibili di generare un reddito diverso ai sensi dell’art.67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR.”
    ok…cominciate a pagare il 26%…ma se per ipotesi il prodotto “non fosse mai disponibile” loro che fanno? oltre al rimborso delle imposte deducono dall’imponibile il capitale perso?….ho molti dubbi a proposito.

    • ha commentato

      Ciao Maria, piacere risentirti 🙂

      Sono “suscettibili” di generare.. nel momento, e se, acquisti il servizio. Giustamente fai riferimento all’ipotesi di un progetto che non andrà mai in porto. E qui emerge il limite di un’interpretazione tirata un po’ per i capelli. Non solo il caso in esame è stato ricondotto a fattispecie che richiamano attività di investimento (non esistenti in questo caso), ma, essendo il rilascio del progetto un evento futuro e incerto, non è nemmeno corretto parlare di rapporto a termine.
      Tuttavia, poiché è stato inquadrato nell’art.67, comma 1, lettera c-quater), sarebbero deducibili eventuali minusvalenze. Cosa che non sarebbe ammessa in caso di sussunzione nel c-quinquies.
      Resta in ogni caso una risposta a un interpello. Comunque, e soprattutto, i miei non sono consigli fiscali. Per sapere come assolvere adeguatamente a eventuali obblighi fiscali, rivolgetevi a un commercialista esperto in materia.

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