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Rischi di centralizzazione: Ethereum Vs EOS

02 Luglio 2018 12:00
Tempo di lettura: 4 min.
02 Luglio 2018 12:00
Giuseppe Brogna

EOS è centralizzata! No, è Ethereum a non essere decentralizzata!”

È diventato il leitmotiv dell’estate, in particolare in seguito ai primi esperimenti con la mainnet di EOS lanciata circa un mese fa.

Il dibattito sulla verosimile centralizzazione di EOS prosegue senza soluzione di continuità, con accesi confronti che si generano tra gli appassionati delle rispettive blockchain.

Sebbene il rischio di centralizzazione – o comunque di possibile corruzione -, sia di Ethereum che di EOS, non possa essere escluso a priori, quel che cambia è il diverso grado di pericolo: nell’un caso principalmente teorico, nell’altro concreto.

Il diverbio ha visto protagonisti non solo gli utenti “normali”, ma persino i maggiori “rappresentanti” delle due blockchain a confronto: Vitalik Buterin e Daniel Larimer.

Vitalik, in un’intervista rilasciata per un media cinese, ha comparato il sistema di EOS alle tradizionali forme di organizzazioni politiche:

“Non è solo un esperimento tecnico; è anche un esperimento di scienze politiche, poiché stanno tentando di creare una specie di governo digitale sulla loro blockchain, con una costituzione, un organo esecutivo (i 21 nodi delegati), un organo giudiziario (arbitri), ecc.”

Per quanto riguarda il suo funzionamento, al fine di risolvere i problemi di scalabilità associati alle blockchain PoW (Proof of Work), EOS utilizza un meccanismo di consenso DPoS (Proof of Stake delegata).

Con questo modello di consenso, i possessori del token votano per eleggere 21 “block producer” (BPs).

I c.d. block producer sono responsabili della convalida delle transazioni e del mantenimento della sicurezza della rete. Sono, pertanto, l’equivalente dei miner di un modello PoW.

Vitalik è critico nei riguardi di questo tipo di modello di governance, evidenziando i rischi intrinseci in un tale sistema delegato.

In particolare, si fa riferimento al recente episodio di congelamento di 7 account, con un azione compiuta molto rapidamente, senza preavviso, e con giustificazione rinviata a posteriori.

Si tratta di una prerogativa che potrebbe certamente aiutare le persone a rimediare a furti e truffe, ma non manca di effetti collaterali.

Lo stesso Vitalik si chiede: “cosa succederebbe se provi a creare su EOS un’applicazione che non è di gradimento per l'”establishment“?”.

Da parte sua, Daniel Larimer non ha fatto mancare la propria obiezione, sottolineando che Ethereum potrebbe essere considerato ancora più centralizzato.

Il suo riferimento è alla concentrazione dell’hashing power di Ethereum nelle mani di poche mining pool.

Secondo Larimer, sarebbe un gioco da ragazzi rigettare blocchi che contengono determinate transazioni da censurare.

Ma è davvero così semplice?

È importante notare che parlare di mining pool non equivale a riferirsi al concetto di block producer. Siamo dinanzi a due livelli di centralizzazione completamente differenti.

Semplicemente, una mining pool non è un miner.

Una mining pool è data da un insieme di – tanti – utenti che individualmente eseguono un nodo, facendo convogliare la propria potenza di calcolo verso la pool.

Pertanto, sebbene in teoria alcune delle cinque maggiori pool di mining potrebbero decidere di usurpare la rete, non va sottaciuto che le pool comprendono migliaia di utenti con autonomia decisionale.

In definitiva, le mining pool sono tenute a rispondere ai loro utenti.

Non solo non è nel loro interesse ignorare i desideri dei loro singoli utenti, ma in caso di comportamenti malevoli da parte della pool, gli utenti saranno assolutamente liberi di lasciarla e di aderire a un’altra, o di crearne una nuova.

Dall’altro lato, i block producer sono individuali e, in aggiunta, sono soltanto 21.

Ok, state per pensare: “sì ma sono dei delegati, quindi in caso di comportamenti scorretti i possessori dei token (gli “elettori”) potranno semplicemente rimpiazzarli con altri.”

La verità è che il voto è alla mercé delle balene, che possono quindi controllare indirettamente i block producer.

Infatti, la supply di EOS è in mano a dei “top holder”, che ne possiedono una percentuale immensa.

In altre parole, sì è teoricamente possibile manipolare sia EOS che Ethereum. Ma il grado di collusione richiesto per manipolare Ethereum è di gran lunga superiore.

Si tratterebbe di richiedere alle più grandi mining pool di riunire la prevalenza del loro hash power, con almeno tre delle grandi pool a convenire sul compimento di un’azione malevola.

Al contrario, EOS richiederebbe la collusione solo tra i singoli block producer.

Sebbene sia possibile che gli elettori di EOS si adoperino per destituire i block producer disonesti, sembra improbabile che ciò possa avvenire in caso di scenario patologico.

EOS è enormemente centralizzata: l’1,6% dei degli holder possiede il 90% della supply. Qusta è la “democrazia” di EOS.

Per non parlare delle modalità di svolgimento della sua ICO.

L’ICO di EOS è stata aperta agli investitori per 12 mesi, tuttavia i fondi corrisposti in ICO non sono stati vincolati durante questo periodo.

Pertanto, non si può escludere che i fondi pagati dagli utenti siano stati nel frattempo utilizzati per acquistare EOS nella stessa – propria – ICO, provocando anche le impennate di prezzo che hanno caratterizzato i recenti mesi.

Ma ritornando alle questioni di consenso, Larimer sostiene che la piattaforma EOS abbia prevenuto gli inevitabili problemi di controversie che insorgono su qualsiasi blockchain. Ha affermato che:

“I saggi pianificano una risoluzione civile delle controversie prima che accadano.”

È vero che un qualche meccanismo di consenso dovrà pur affrontare le controversie, ma il confronto tra Ethereum e EOS è da ritenersi irragionevole.

Allo stato attuale EOS sembra molto più vicina a un sistema oligarchico, dove il potere è concentrato nelle mani di una ricca e ristretta élite.

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Giuseppe Brogna

Giuseppe è laureato in giurisprudenza, da sempre appassionato di tecnologia e studioso di tematiche economiche. Stimolato dal potenziale impatto economico e sociale, si approccia al mondo delle DLT; matura particolari interessi nella nuova finanza hitech legata alle tecnologie del ledger distribuito.


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