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Il paradosso venezuelano: pro-criptovalute ma ostruzione al miningTempo di lettura: 6 min.

Se in occasione del lancio della "criptovaluta" di stato - il Petro - il Venezuela aveva voluto porsi come nazione pioniera nell'ecosistema delle criptovalute, la già precaria credibilità sulle buone intenzioni è stata annientata dai recenti misfatti che hanno investito l'attività di mining nel paese.


Conciso, ma eloquente. È il tweet che ha fatto il giro del web nelle ultime ore.

In sintesi, il governo venezuelano vieta l’ingresso nel paese a computer e attrezzature per il mining, impedendo ai comuni cittadini di svolgere l’attività di “estrazione” delle criptovalute.

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro, in occasione del lancio della criptovaluta di stato, il Petro, aveva voluto etichettare il Venezuela come nazione pioniera nell’ecosistema criptovalutario.

Sennonché, le sue dichiarazioni si sono rivelate prive di credibilità, alla luce delle irregolarità che si sono presentate nell’impedire l’attività di mining a livello locale.

Le imprese di spedizione internazionali hanno deciso di comunicare ai clienti l’esistenza di una misura restrittiva, includendo anche le apparecchiature da mining nell’elenco di merci che non possono essere trasferite nel paese sudamericano.

Sulla base di una risoluzione del governo lanciata alla fine di aprile, le principali imprese internazionali per la spedizione di pacchi hanno annunciato ai propri clienti la restrizione sull’invio nel paese sudamericano di dispositivi per il mining, schede video o computer.

Secondo le informazioni riportate dai media locali, a causa di una misura per l’implementazione di un nuovo sistema per l’importazione di dispositivi di mining e elettronici, le autorità venezuelane sequestrano le attrezzature che, attraverso le diverse agenzie di spedizione internazionali, arrivano nel paese per via aerea e marittima.

Questa misura è stata confermata al tempo da José Angel Alvarez, presidente dell'”Asociación Nacional de Criptomonedas (Asonacrip)“.

Secondo quanto riportato dai media digitali El Estímulo e VTactual, egli ha riferito che nelle settimane successive avrebbe incontrato i rappresentanti della “Superintendencia de Criptoactivos y Actividades Conexas Venezolanas“.

Il sovrintendente Carlos Vargas ha informato alla fine di aprile che stavano valutando le autorizzazioni alle imprese per l’importazione di attrezzature di mining a fini di commercializzazione nel paese, ma altri rappresentanti del governo hanno assicurato di preferire la produzione in Venezuela per incentivare il mercato nazionale.

Da parte loro, per evitare contrattempi con i propri clienti, le principali imprese di spedizione hanno segnalato nei loro rispettivi portali web il divieto di ingresso di questo tipo di dispositivi nella nazione sudamericana.

È il caso di Liberty Express, una società che ha recentemente incluso dispositivi per il mining, schede video, telefoni cellulari e computer all’interno del proprio elenco di prodotti che non possono entrare nel paese.

Pertanto, raccomanda ai propri utenti di non inviare questi strumenti, al fine di evitare il blocco in dogana.

Sebbene gli elenchi di aziende come DHL, Domesa e LearExpress non includano questo tipo di articoli tra quelli attualmente limitati per l’ingresso nel paese, i media locali riportano che le suddette aziende, e molte altre, al fine di evitare inconvenienti, hanno comunque comunicato ai loro clienti la misura attraverso mezzi più personali.

D’altro canto, come motivo di preoccupazione, emergono anche le continue irregolarità, segnalate dai residenti nel paese, con riguardo al furto dei loro articoli e oggetti durante il transito attraverso le dogane.

Anche se le aziende di spedizione affermano di non essere responsabili per il trasferimento di alcuni prodotti, la maggior parte delle irregolarità si verificano in occasione dell’attività di controllo presso la dogana del Venezuela.

Le persone si lamentano di aprire gli articoli chiusi e di trovarli incompleti!

Questa situazione si riscontra più frequentemente negli aeroporti del paese. Alcune vittime riportano che i responsabili dell’attività furtiva sono spesso i militari venezuelani, che cercano anche di appropriarsi di valuta straniera.

Queste irregolarità colpiscono anche gli operatori delle imprese del paese che, oltre ai suddetti rischi, assicurano di aver dovuto effettuare pagamenti aggiuntivi (meglio noti come “vacunas“), non contemplati nelle tariffe corrispondenti, per garantire l’integrità della merce e accelerare la partenza dai “Bolipuertos” (porti venezuelani).

Addirittura, secondo voci provenienti da alcuni residenti nel paese latinoamericano, durante il giorno si verificano frequenti fenomeni di blackout negli edifici. È verosimile che l’energia elettrica venga convogliata per un’attività di mining mastodontica, probabilmente gestita da persone vicine al governo.

Inoltre, alcuni mesi fa, il governo venezuelano aveva invitato i membri della comunità di mining del paese a creare un registro nazionale che, lungi dal generare fiducia, ha destato molto sospetto tra gli operatori del settore del mining.

Ciò è dovuto al timore di strumentalizzazione. Si paventa il rischio di atti persecutori nei confronti delle persone che svolgono l’attività di miner.

Infatti, spesso, tale attività viene esercitata clandestinamente da molti cittadini che hanno trovato in questa pratica un mezzo per far fronte all’odierna crisi economica.

Sebbene il governo del Venezuela mostri un atteggiamento molto aperto verso l’uso delle criptovalute e dell’attività di mining, d’altra parte implementa misure che sono a dir poco restrittive per la comunità di cripto-utenti che ancora risiedono nel paese.

La diffidenza nei confronti della criptovaluta di stato, il Petro, era già stata manifestata a suo tempo.

Quello che ora sta accadendo al mining, non fa che corroborare i dubbi sulla scarsa trasparenza e credibilità di un governo che mette i bastoni fra le ruote a chi cerca di trovare nelle criptovalute un salvagente alla disastrosa situazione economico-finanziaria in cui versa il paese.

Fonti: El Estímulo / VTactual / DiarioBitcoin.

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Giuseppe

Giuseppe

Giuseppe è laureato in giurisprudenza, da sempre appassionato di tecnologia e studioso di tematiche economiche. Stimolato dal potenziale impatto economico e sociale, si approccia al mondo delle DLT; matura particolari interessi nella nuova finanza decentralizzata legata alle tecnologie del ledger distribuito - E-mail: 1n87rml02@relay.firefox.com

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