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“Criptovaluta” Petro: non c’è nulla di cui andarne fieri

23 Febbraio 2018 19:30
Tempo di lettura: 5 min.
23 Febbraio 2018 19:30
Giuseppe Brogna

Nei mesi scorsi era filtrata la notizia che il Venezuela avrebbe lanciato la prima “criptovaluta” di Stato, garantita dal petrolio greggio venezuelano.

Più precisamente, il Presidente venezuelano, Nicolas Maduro, aveva annunciato la futura offerta in vendita di 100 milioni di Petro, una “criptovaluta” emessa dallo Stato e avente come collaterale il petrolio.

Ogni Petro sarebbe venduto al prezzo di un barile di greggio.

A tale riguardo, avevamo già pubblicato un articolo col quale venivano descritte le caratteristiche – emerse da un draft – del modello blockchain di tale “criptovaluta” di Stato.

Si ricorda che negli ultimi anni il Paese è stato assediato da un’inflazione galoppante, che ha spinto i cittadini a perdere completamente fiducia nella valuta nazionale (Bolívar), a seguito della mancanza di beni di prima necessità quali il cibo e le medicine, così come è avvenuto nello Zimbabwe.

Il governo, nel tentativo di sostenere l’economia nazionale, ha pensato di creare una “criptovaluta” statale, sfruttando la tecnologia blockchain per generare i fondi necessari al risollevamento di un’economia in difficoltà.

Il Presidente venezuelano Nicolas Maduro aveva annunciato il lancio del Petro a dicembre, affermando ripetutamente che il suo Paese è vittima di una “guerra economica”, provocata dalle sanzioni finanziarie imposte dagli Stati Uniti, e che la vendita della nuova moneta digitale aiuterebbe il Paese sudamericano a eludere questo problema.

Secondo Maduro, il Petro consentirà di avanzare verso nuove forme di finanziamento internazionale per lo sviluppo economico e sociale del Paese, evitare l’embargo nazionale e combattere l’iperinflazione.

Invero, il governo venezuelano starebbe cercando di sfruttare alcune delle caratteristiche chiave delle criptovalute – la decentralizzazione e l’anonimato – per sfuggire alle sanzioni internazionali: l’anonimato consente di trasferire ingenti somme di denaro oltre i confini, senza essere rilevati.

Tant’è che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, in una dichiarazione che mirava a spegnere l’interesse e l’entusiasmo degli investitori rispetto al Petro, con tanto di avvertimento di possibili azioni legali, ha avvertito che investire nel Petro equivarrebbe ad aiutare il governo socialista a eludere le sanzioni statunitensi.

In definitiva, sembrerebbe più un tentativo disperato di raccogliere fondi, che la reale volontà di reintrodurre una moneta digitale garantita da una commodity tangibile.

Al di là delle ragioni di fondo, il Petro non è una vera criptovaluta!

Una criptovaluta in senso proprio deve basarsi su una blockchain permissionless (tutti possono partecipare), trustless (non bisogna riporre fiducia in nessuno, basta verificare) e resistente alla censura.

Tutte queste caratteristiche vengono meno in una “criptovaluta” di Stato.

La sua blockchain si baserebbe su un modello permissioned con nodi federati, ove i blocchi sono generati mediante la “firma” di una serie di nodi che ne regolano il flusso e convalidano le transazioni. Quindi, senza alcun mining.

Si tratta sostanzialmente di una moneta pubblica, ma centralizzata: il Petro è lo stesso vecchio Bolivar iperinflazionato, emesso su una blockchain e “ricondizionato” per farlo sembrare una valuta deflazionistica.

In sintesi, le valute controllate dal governo, anche se sono basate su blockchain, sono soggette allo stesso tipo di corruzione delle tradizionali monete fiat.

Molti potrebbero essere noncuranti delle caratteristiche della blockchain del Petro, e voler comunque accaparrarsi il token per “comprare il petrolio venezuelano”, senza però considerare le fallacie economiche rilevate da esperti di economia e blockchain.

Il governo ha lanciato in pre-sale un token ERC20 sulla blockchain di Ethereum. Il white paper, tuttavia, sembra indicare che questo token non è il Petro.

Infatti, tale token attribuirebbe al proprietario il diritto di bruciarlo o scambiarlo col Petro durante la successiva fase di ICO.

Sebbene gli aspetti economici alla base del Petro possano apparire sensati, un’analisi più approfondita rivela la loro possibile fallacia.

Il governo venezuelano ha recentemente fatto default sul proprio debito. Ciò dimostra che, indipendentemente dall’ammontare di petrolio del Paese, i suoi livelli di spesa sono superiori ai livelli di produzione.

L’industria petrolifera venezuelana è in declino da oltre un decennio in termini di produzione e manutenzione delle sue infrastrutture. Ciò limita la capacità del governo di sfruttare il petrolio su cui vuole basare la sua nuova valuta.

Il Petro potrebbe persino peggiorare la situazione, perché consentirà al governo di catturare valuta estera – qualsiasi valuta che non sia Bolivar e non sia emessa dal governo venezuelano – in cambio di un nuovo tipo di asset basato sulla blockchain, senza però fare alcuna sostanziale riforma per promuovere la produzione.

Come rilevato in precedenza, il Petro non è altro che il vecchio iperinflazionato Bolivar emesso su una blockchain, con il vantaggio del risparmio dei costi della carta, inchiostro e stampa, che sono superiori al valore delle banconote stesse.

Il bello di questo gioco è che questa volta il governo venezuelano non emette nemmeno debito. Invece, ha trovato un modo per raggirare le persone in tutto il mondo vendendole una moneta controllata dal governo, basata sull’unica, ridimensionata, industria rimasta nel Paese.

Anche se il Petro è basato su blockchain, resta sotto il controllo del governo, pertanto soggetta allo stesso tipo di corruzione della moneta fiat tradizionale.

Si ritiene impossibile legare la criptovaluta a un asset fisico come un barile di greggio. Non ci sono meccanismi credibili per verificare in modo indipendente, in un dato momento, lo stato del petrolio che garantisce l’asset.

Anche se il governo del Venezuela si impegna a rendere ogni Petro riscattabile per un dato ammontare di greggio, difficilmente ci si può fidare che un’entità che ha fatto default sul proprio debito possa mantenere la promessa.

In ogni caso, anche se il governo venezuelano sorprendesse tutti riscattando il Petro per il greggio, in che modo esattamente gli acquirenti di tutto il mondo andrebbero lì a ottenere il loro petrolio? Un corriere spedirà un barile a casa loro?

Il governo venezuelano non ha nulla da perderci. Nessuno sarebbe in grado di far rispettare alcun tipo di impegno che questo governo assume nei confronti dei detentori del Petro.

Ciò malgrado, ci saranno tante persone che non riuscendo a guardare oltre i flebili argomenti economici sui quali è basata questa valuta, saranno attratti dal catapultarsi nella pre-sale del token.

Dalla propria parte, il Presidente del Venezuela sa bene come giocarsi le sue carte: cerca di creare FOMO affermando che la pre-sale ha raccolto 735 milioni di dollari in sole 24 ore, senza che tuttavia ciò possa essere verificato indipendentemente.

Peraltro, 735 milioni di dollari per un token ERC20 che non è garantito da niente, se non dalla “promessa” di convertirli in una valuta, basata su una diversa blockchain, che dovrebbe essere sostenuta da riserve di petrolio..

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Giuseppe Brogna

Giuseppe è laureato in giurisprudenza, da sempre appassionato di tecnologia e studioso di tematiche economiche. Stimolato dal potenziale impatto economico e sociale, si approccia al mondo delle DLT; matura particolari interessi nella nuova finanza hitech legata alle tecnologie del ledger distribuito.


  1. ha commentato:

    Bell’articolo, ma vorrei ricordarti che bit coin e la blockchain nascono proprio per esigenze della gente a fronte di un oppressione fiscale ed economica dettata dal mondo bancario. Il Venezuela è considerato stato canaglia bdagli Stati Uniti che senza nessuna autorità impone sanzioni economiche e ed embarghi su beni di prima necessità. Maduro ha saputo furbamente sfruttare questa opportunità e molta gente, me compreso, cercherà di aiutare il paese a risollevarsi dal’ oppressione statunitense, e spero che così come il Venezuela tanti altri paesi possano uscire dalla stretta mortale di governi vigliaccchi e prepotenti .

    • ha commentato

      Non puoi identificare la blockchain di Bitcoin (o quelle alla sua stregua, come Ethereum) con una (pseudo)criptovaluta di Stato, che in nulla cambia rispetto al vecchio sistema.

      • ha commentato:

        Il discorso è che entrambe nascono con l’intento di bypassare un sistema monetario che strangola le masse, poi è chiaro che il progetto bitCoin-blockchain è la vera rivoluzione

        • ha commentato

          Marcello nel caso del Petro non è così, non vogliono salvare in nessun modo le masse. è spiegato nella parte centrale dell’articolo.

  2. ha commentato:

    Non ho strumenti per mettere in dubbio le critiche sulle debolezze del progetto così come sono riportate nell’articolo. Una cosa però ci terrei a rimarcarla: fare un tentativo per sottrarsi alla cappa oppressiva delle sanzioni statunitensi (imposte perché?) che stanno contribuendo alla distruzione dell’economia venezuelana e stanno estromettendo il paese da quasi tutti i club di cui fa parte grazie anche all’azione collaborazionista di governi golpisti o pseudogolpisti (come quello brasiliano) è un diritto sacrosanto del Venezuela.

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