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Politiche dell’identità: come Ethereum potrebbe salvarci dalle fake news

19 Dicembre 2017 13:10
Tempo di lettura: 6 min.
19 Dicembre 2017 13:10
Emanuele

Prima di leggere questo paragrafo, prendete un momento per riflettere su come definireste l’identità digitale. E’ soltanto un’aggregazione di diritti di accesso? Quanto rappresenta della vostra identità fisica nel mondo reale?

Christian Lundkvist, un ingegnere di blockchain presso ConsenSys, la definisce come un “oggetto digitale che disegna la mappa di un’entità fisica”. In mancanza di una definizione universalmente accettata, procederemo con questa definizione.

Nella maggior parte delle applicazioni che utilizziamo sul web, i nostri account non devono necessariamente corrispondere ad un’entità fisica. La password è l’unica cosa che separa i dati della maggior parte degli utenti dal resto della rete e questo rappresenta un grande problema.

La protezione della password è sempre stata inaffidabile ed è di recente diventata una barriera facile da sorpassare per gli hacker, nonostante le famose linee guida per renderle più complesse. Altri approcci – per esempio l’autenticazione a doppio fattore – si sono rivelati altrettanto insufficienti.

Dunque come possiamo mai aspettarci che questi account, facili da creare, con facile accesso e completamente vulnerabili agli attacchi siano in grado di delineare entità fisiche con un qualunque livello di affidabilità?

Forse la ragione per la quale non esiste una definizione universalmente accettata di identità digitale è semplice: non abbiamo realmente nessun concetto con il quale cominciare. Certo, la vostra cronologia di navigazione e tutti quegli account – piccoli frammenti della vostra persona digitale – sono legati insieme in enormi cartelle presso società di server farm, ma noi non possiamo accedervi.

Questo vuol dire che non possiamo neanche utilizzarli per convalidare quell’immagine composta, che potrebbe effettivamente essere come una vera identità digitale, utilizzabile in qualsiasi modo.

E la convalida è realmente la sfida fondamentale nello stabilire un’identità sicura, che sia digitale o di altro tipo. Ogni qual volta avrete bisogno di provare alcuni attributi della vostra identità – ad esempio se dite di avere più di 21 anni per acquistare della birra dovrete fornire la vostra patente come prova – se la patente passa i controlli di sicurezza e dichiara la vostra età, lo “sfidante” può giustamente fidarsi della vostra affermazione.

Non sarebbe fantastico se potessimo creare un oggetto digitale come quella patente, completo con le sue misure di sicurezza, la sua autorità e la sua accettazione universale?

La risposta si trova nella tecnologia blockchain. Questo articolo non offre un completo quadro generale sulle blockchain, ma se per voi è un concetto nuovo, ecco qualcosa che dovreste sapere: la blockchain è un grande registro di dati (raccolti in pezzi chiamati “blocchi”) che possono essere scaricati da chiunque.

Una volta sincronizzata, potrete contribuire ad essa e confrontarla con le copie della chain di altre persone per verificare i suoi contenuti. Fondato su alcuni algoritmi piuttosto interessanti, questo network di utenti può arrivare ad un consenso su cosa è valido nella chain e impedire comportamenti non validi.

In questo modo le criptovalute fanno rispettare la scarsezza – in altre parole si assicurano che non spenderete lo stesso dollaro due volte e che la disponibilità sia limitata- e questo uso è aumentato fino ad includere codice eseguibile (es. “smart contracts”).

Quando un contratto è impegnato nella blockchain di Ethereum, i suoi utenti sanno che verrà eseguito nella stessa maniera da ciascuna parte coinvolta: ciò vuol dire che potrete riporre fiducia sul network e sul codice, in questo modo non vi dovrete preoccupare se fidarvi o meno delle persone con le quali state interagendo.

In altre parole, uno smart contract potrebbe essere un oggetto digitale come la patente precedentemente menzionata.

Un’identità basata su uno smart contract sulla blockchain potrebbe validare praticamente qualsiasi cosa – che voi siete una persona reale e non un robot, il collegamento con un particolare account di Facebook, la vostra affidabilità creditizia – e potreste provare in maniera selettiva quali attributi siano rilevanti da contesto a contesto. Infatti non avrete nemmeno bisogno di rivelarlo a nessuno:

Ethereum ha già iniziato a validare prove senza conoscenza (ZK-snark), tramite operazioni di folle matematica in grado di provare in maniera soddisfacente che voi sappiate (o possediate digitalmente) qualcosa senza effettivamente rivelare quella stessa cosa.

E anche se alcuni critici lo definiscono inverosimile, i progressi continuano: per esempio, uPort (un progetto basato su Ethereum) ha messo insieme con successo un alpha utilizzabile e una squadra di sviluppatori di talento e almeno un’amministrazione comunale ha già cominciato a usare a proprio vantaggio la tecnologia per gestire le identità legali della sua popolazione.

Lo scetticismo è concesso negli spazi all’avanguardia ma la verità ineluttabile è che abbiamo un disperato bisogno di un nuovo approccio per gestire l’identità online.

Quanti followers avrebbe Donald Trump se Twitter costringesse i suoi utenti a provare di essere umani? Uno su cinque tweet legati alle elezioni nel 2016 veniva da fake accounts e almeno 13.000 bot scomparvero improvvisamente dopo avere spinto a favore di Brexit.

Questo problema è in circolazione da più tempo: per anni i regimi autoritari hanno utilizzato i bot per mandare spam agli hashtag sui quali la loro gente fa affidamento, o per falsificare il loro supporto e diffondere propaganda, o per dare origine a controversi contenuti virali fatti per destabilizzare popolazioni. Anche risalendo alle elezioni americane del 2012, un incredibile 92% dei follower di Newt Gingrich erano bot.

Questi network di bot sono astutamente progettati per diffondere le loro fake news verso coloro che le ri-twitteranno e per oscurare la verità. Adesso che stanno diventando più grandi, migliori e anche più economici, rappresentano un’imminente minaccia sostanziale alla libertà di ognuno di noi.

La gente parla di questo problema come se fosse possibile combatterlo: come sarebbe possibile filtrare tutte le notizie su una piattaforma di social media? O effettuare un fact-check su ciascun post?

Se fosse possibile chiedere ad un utente di provare di essere umano prima di conferirgli un account, non ci sarebbe bisogno di fare niente di tutto questo. Improvvisamente abbiamo un concetto reale di reputazione digitale e di certo è drammaticamente meno possibile che queste false narrative prendano piede in primo luogo.

E questa è soltanto una delle molteplici implicazioni che provengono da un meccanismo robusto per l’identità digitale: forse potremmo iniziare a fare qualcosa per gli 1.1 miliardi di persone in tutto il mondo senza un’identità verificabile in qualsiasi forma, che potrebbe aiutarli ad avere accesso ad assistenza sanitaria ed educazione proteggendoli allo stesso tempo dal lavoro forzato e da traffici umani ai quali sono esposti di questi tempi.

O forse potremmo evitare la prossima violazione di dati ai livelli di Equifax, dal momento che non avremo più bisogno di questi giganti depositi, trappole di hackers.

Tutto ciò di cui abbiamo bisogno per migliorare il sistema attuale è un modo per evitare testimonianze fraudolente incoraggiando quelle affidabili e la blockchain sembra essere uno strumento progettato per fare esattamente questo.

Il problema dell’identità digitale potrebbe veramente trarre beneficio da un approccio innovativo. E davvero…Cosa c’è di più innovativo di una blockchain?

Di: Hackernoon

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Emanuele

Crypto-lover. Nerd fin dal principio. Ama analizzare numeri, grafici e andamenti. Crea statistiche anche dove non necessario.


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