Ho perso la password del wallet!Tempo di lettura: 3 min.

Nelle ultime 48 ore questo tweet ha scatenato un vero e proprio dibattito all’interno delle varie crypto-communities.

Peter Schiff, un personaggio controverso (non è propriamente pro-Bitcoin, ma comunque fa affari anche tramite Bitcoin) ha dichiarato di aver perso i suoi bitcoin per via del wallet corrotto.

Subito son partiti i commenti, più o meno seri, più o meno comprensivi, più o meno sarcastici.

I più tecnici infatti si son lanciati col dire che finché si conservano con cura le 12/24 parole di generazione del seed del proprio wallet, allora tutto è al sicuro e recuperabile. Caso chiuso.

I più intransigenti hanno indicato che da grandi poteri derivano grandi responsabilità… ed è esclusivamente colpa sua se i soldi son persi.

I più sarcastici hanno segnalato che contribuirà alla scarsità della moneta, pertanto la sua perdita è una fortuna.

In pochi però hanno provato a ragionare razionalmente: è ragionevole pensare che in uno strumento moderno da proporre alle masse la perdita dei propri averi sia così semplice?

Una volta lessi che il numero giornaliero nel mondo di richieste di recupero password di Facebook era un talmente grande da richiedere una quantità di risorse per nulla banale (tra pre e post-processing).

Insomma: la gente perde persino la password di un social network. Siamo sicuri che sia ragionevole pensare che – per questo – sia altrettanto lecito perdere i propri soldi?

E’ possibile che il metodo “password” semplicemente sia un metodo non del tutto adatto all’uomo sebbene finora il migliore possibile implementato?

E’ possibile che la ricerca dovrebbe provare a guardare oltre?

Io non credo che la blockchain sia la risposta e la cura a tutti i mali dell’uomo. Credo però che i soldi, in una società basata prepotentemente su di essi, siano una leva sufficientemente grande per spingere chi di dovere a trovare alternative.

Ci fu un periodo in cui si consigliavano indirizzi basati su seed mnemonci (follia), poi qualcuno ipotizzò di passare alla biometria, roba che sul momento può sembrare interessante ma che distrugge il castello in caso di danni corporali o – banalmente – rende il tutto molto debole in un mondo che scheda sempre più facilmente i nostri tratti unici (riconoscimento facciale, iride, impronte…).

Io le mie chiavi private non le conosco, non ho intenzione di tatuarmele addosso (non sarebbe comunque sicuro) e nessuno può prendermi per stupido se il mio piano di disaster recovery (a proposito, ne hai uno? L’hai mai provato?) non dovesse funzionare. Non per questo merito di diventare povero.

Vorreste vostra mamma lo diventasse per questa ragione?

Ecco. Comprendo bene che quella di Schiff possa esser stata una provocazione (o persino FUD nel tentativo di ridimensionare la ripresa bull di questo inizio 2020) ma al contempo credo che l’intero settore debba esplorare soluzioni a questo problema.

Si parla da anni di social recovery (“se perdo la password di un servizio, chiedete a 10 amici se sono davvero io quello che vi sta richiedendo la nuova password”) ma se è rischioso utilizzarlo per servizi ad alto valore (penso ad una banca) lo è decisamente di più in un campo decentralizzato.

Se non vogliamo infatti ritrovarci con un ente centrale che faccia KYC (una banca? Di nuovo?!) pronta a recuperare la nostra password, l’intero protocollo deve realizzare e fornire strumenti utili al recupero di fondi persi per ragioni banali.

La soluzione è tutt’altro che pronta, il multi-key signature è una mezza soluzione (la forniscono da anni alcuni wallet per Bitcoin ad esempio).

Il primo che riuscirà in questa operazione zittirà Schiff (mic-drop! Applausi.) ma renderà anche le cryptovalute un po’ più accessibili a tutti. Non solo ai tecnici ma anche a vostra mamma o vostro zio.

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Emanuele

Emanuele

Crypto-lover. Nerd tra i nerd. Ama analizzare numeri e grafici. Crea statistiche anche dove non necessario.

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