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Nel 2020 una crisi finanziaria più grave di quella del 2008: ti riguarda più di quanto immagini

21 settembre 2018 20:45
Tempo di lettura: 7 min.
21 settembre 2018 20:45
Giuseppe Brogna

Da bambino, quando andavo a scuola, mi facevano supporre che gli eventi nefasti del passato “sono di un epoca che non ci appartiene più”.

Che si trattasse di mera tattica per la produzione di un ambiente sereno, è plausibile. Ma non escludo il fattore dell’ignoranza.

Ignoranza secondo l’accezione non negativa del termine.

Infatti, ci sono episodi che non tutte le generazioni riescono a tastare. Abbracciano l’esistenza di una generazione, ma non della successiva, di modo che quest’ultima non ne avrà memoria.

E si sa, l’oblio copre ogni cosa. Ma, nostro malgrado, lo fa anche in riferimento ad archi temporali molto più ristretti.

A volte ritornano

Ad oramai un decennio dal fallimento della Lehman Brothers, a cosa stiamo andando incontro?

A partire dal 2007, negli USA si sviluppò una grave crisi economica, destinata a diffondersi a macchia d’olio in tutto il mondo.

Innescata dalla bolla immobiliare (la bolla dei mutui subprime), si tramutò in una grave crisi finanziaria di portata generale.

I meccanismi finanziari di contagio, spinsero la spirale recessiva verso i Paesi europei, causando un aumento vertiginoso del debito sovrano, e dando vita alla crisi del debito degli Stati sovrani.

Da allora, l’economia globale ha potuto beneficiare di un sostenuto periodo di crescita. Ma cosa ne sarà quando l’effetto della “morfina” cesserà?

A partire dal 2020 potremmo dover fare i conti con una crisi molto più severa di quella che ha scosso il culmine della prima decade del ventunesimo secolo.

Le ragioni sono spiegate da Nouriel Roubini in una serie di punti cardine, alludendo anche alla situazione italiana.

Roubini, noto docente ed economista statunitense, si è spesso dimostrato scettico sul tema criptovalute. Ma, allo stesso tempo, si distingue per le sue previsioni sulle crisi finanziarie.

A partire dal 2020, si delineerà lo scenario per un nuovo “giro di giostra”: una crisi finanziaria seguita da una recessione globale.

Ma, il punto chiave è che, a differenza del 2008, ai governi mancheranno gli strumenti politici per gestirla.

L’inflazione è in crescita in diverse importanti economie, con l’aumento dei prezzi del petrolio che contribuisce ad aumentare le pressioni inflazionistiche.

Ciò significa che le altre principali banche centrali seguiranno la Fed verso la normalizzazione della politica monetaria (il “tightening”), che ridurrà la liquidità globale, esercitando pressione al rialzo sui tassi di interesse.

Nel frattempo, le guerre commerciali innescate da Trump contro Cina, Europa, Messico, Canada, e altri, andranno avanti, portando a una crescita più lenta e a un’inflazione più elevata.

Peraltro, il 2020 sarà anno di elezioni per gli USA, con una crescita che sarà probabilmente diminuita al di sotto dell’1%, per via dell’insostenibilità delle politiche fiscali che la stanno spingendo.

La disoccupazione affiorerà.

Quindi, la tentazione per Trump di svegliare il cane che dorme, orchestrando una crisi di politica estera, sarà elevata.

Poiché ha già intrapreso una guerra commerciale con la Cina, e non arrischierebbe una guerra nucleare con la Corea del Nord, il suo obiettivo prediletto sarebbe l’Iran.

Provocando un confronto militare con il paese persiano, scatenerebbe uno shock geopolitico stagflattivo.

Anche l’Europa sperimenterà una crescita più lenta, a causa della stretta sulla politica monetaria e delle frizioni commerciali.

Le politiche populiste in alcuni paesi – in particolare l’Italia – potrebbero innescare insostenibili dinamiche di debito all’interno dell’eurozona.

Attenzione! Non è un discorso politico. Della politica sono noncurante.

Ci interessa solo capire quali scenari potrebbero delinearsi alla luce delle obiettive azioni intraprese e delle dinamiche a venire. Ogni ragionamento è completamente scevro di qualsivoglia faziosità partitica.

Quindi, il circolo vizioso tra governi e banche che detengono debito pubblico amplificherà i problemi esistenziali di un’unione monetaria incompleta, con una condivisione inadeguata del rischio.

In queste condizioni, un’altra crisi globale potrebbe spingere l’Italia e altri paesi a uscire completamente dall’eurozona.

Quando la tempesta avrà preso forma, gli stati mancheranno degli strumenti necessari per farvi fronte.

Lo spazio per stimoli fiscali è già limitato dalla presenza di un debito pubblico massiccio. E i bailout del settore finanziario non saranno tollerati in paesi con movimenti populisti in ascesa e governi quasi insolventi.

In Europa in particolare, l’ostacolo di partiti populisti sta rendendo più difficile perseguire riforme a livello di UE, e creare le istituzioni necessarie per mettere un’ulteriore pezza alla prossima crisi finanziaria.

Con i decisori politici aventi le mani legate, e i livelli complessivi di debito più elevati, la crisi che verrà potrebbe essere seriamente più grave della “grande recessione” del 2007.

E poiché gli investitori lungimiranti iniziano ad anticipare un rallentamento della crescita nel 2020, i mercati riprezzeranno gli asset rischiosi entro il 2019.

Un fiume in piena

Il denaro in uscita dagli asset a rischio, oltre che nei metalli preziosi, dove potrebbe riversarsi?

Nel 2018, il mercato delle criptovalute ha subito una delle maggiori frenate della sua storia, dopo aver registrato un calo medio di circa l’80% in relazione ai suoi asset più rappresentativi.

Un brusco calo, di questa sorte, non rappresenta un campanello d’allarme. Anzi, è la consuetudine in un mercato così sottocapitalizzato e ancora acerbo.

Per muovere una minuscola massa d’acqua, è sufficiente un impulso di portata ridotta! Ma cosa ne sarà quando il piccolo recipiente accoglierà il flusso di un grosso fiume straripato?

Peraltro, nonostante la consistente correzione del 2018, diverse criptovalute hanno sovraperformato una manciata di valute nazionali malate, tra cui il peso argentino, il bolivar venezuelano e la lira turca.

Il dollaro USA rimane ancora forte in termini di valore, così come altre importanti valute di riserva. Ma se nei prossimi due anni si verificasse una grave crisi finanziaria, allora gli asset tradizionali e le valute a corso legale subirebbero una dura battuta d’arresto.

L’ultima crisi valutaria della Lira turca, ha messo in evidenza il vantaggio di possedere criptovalute come riserva di valore.

Nel “venerdì nero” dello scorso agosto, in occasione degli “schiaffi” rifilati alla valuta nazionale turca, i volumi sugli exchange di criptovalute del paese avevano subito una notevole impennata. Si erano incrementati di oltre il 100% in sole ventiquattro ore, nelle due principali piattaforme di scambio.

Ma non ci sono soltanto gli investitori “retail”.

Nonostante lo scetticismo, di sovente manifestato, banche, investitori istituzionali e società di investimento non sembrano essere disinteressati all’evoluzione del sistema criptovalutario.

Anzi, vogliono partecipare alla festa. È comprovato dalla crescita dell’attenzione sulle criptovalute da parte di istituzioni finanziarie regolamentate, come Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup.

È inoltre rilevante la moltitudine di proposte di Exchange Traded Fund (ETF) presentate nel 2018 alla Securities and Exchange Commission (SEC), per essere approvate.

Trattandosi di attività regolamentate, gli ETF favorirebbero il coinvolgimento degli investitori istituzionali.

Il forte interesse istituzionale verso questa nuova forma di asset class, è ulteriormente comprovato dall’impegno di Coinbase, BitGo, Goldman Sachs, ed altre società del settore finanziario, nello sviluppo di soluzioni trusted per la custodia delle criptovalute.

Le istituzioni avvertiranno l’esigenza di investire nel mercato delle criptovalute, come alternativa agli asset tradizionali profondamente correlati al più ampio mercato finanziario.

Trattandosi di fiduciari, dovranno investire i capitali nelle soluzioni che presentano maggiori opportunità e rischi contenuti.

Forse le criptovalute non riusciranno ad implementare efficaci soluzioni di scalabilità in meno di due anni.

Ma, seppure la piena funzione di mezzo di scambio dovesse farsi ancora attendere, lo spauracchio di una grave crisi finanziaria potrà solo accelerare il processo di migrazione dei capitali dalla finanza tradizionale verso una migliore riserva di valore.

Per non essere condannati a ripeterlo, meglio ricordare il passato..

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Giuseppe Brogna

Giuseppe è laureato in giurisprudenza, ma da sempre appassionato di tecnologia e studioso di tematiche economiche. Stimolato dal potenziale impatto economico e sociale, si approccia al mondo delle DLT; matura particolari interessi nella nuova finanza hitech legata alle tecnologie del ledger distribuito.


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